Entusiasmo alle stelle tra gli alfaniani per il nuovo simbolo del NCD. Il vice premier dice di aver scelto il quadrato in quanto richiamo "di merito e uguaglianza". Ma qualcuno fa notare che richiama anche qualcos'altro...
Se l'agenda setting finisce sotto la gamba traballante della scrivania dell'informazione
Pagine
giovedì 5 dicembre 2013
Uguaglianza al quadrato
Entusiasmo alle stelle tra gli alfaniani per il nuovo simbolo del NCD. Il vice premier dice di aver scelto il quadrato in quanto richiamo "di merito e uguaglianza". Ma qualcuno fa notare che richiama anche qualcos'altro...
mercoledì 27 novembre 2013
Rapina a mano a mano
Tempi duri, anche per i rapinatori. Non tutti possono permettersi una pistola, un coltello, un'arma qualsiasi.
E allora? Ci si reinventa.
Me la immagino la banda: uno che tiene il benzinaio per un braccio, uno in macchina a motore acceso, uno che fa il palo e l'ultimo che morde.
giovedì 21 novembre 2013
Le grandi inchieste del Corriere
Ecco l'articolo pubblicato in home page dal Corriere.it, cronaca di Milano. L'unica nota positiva è che il 57% dei lettori è indignato, si spera per la scelta della notizia.
martedì 19 novembre 2013
Sono figo e lo dimostro
La Stampa si bea del "prestigiosissimo" European Newspaper Award, ovviamente non pervenuto su nessun altro quotidiano italiano.
venerdì 8 novembre 2013
Per un pugno di copie (digitali)


Che soddisfazione deve essere per Il Sole 24 Ore, confermarsi il primo quotidiano digitale. Lo leggo sul Sole. Ma, aspetta, sul Corriere c'è scritto che è proprio il Corriere ad essere il giornale più venduto, sia su carta che online. E Repubblica? Anche a settembre prima nelle vendite! Chi lo dice? Repubblica, ovviamente. Ma la fonte qual è? I dati Ads.
Perché risultati così diversi? Che domande, vanno interpretati....
giovedì 31 ottobre 2013
mercoledì 30 ottobre 2013
La lettera a Letta
Sembra uno scioglilingua, ed infatti c'è chi è incappato nell'errore. Su Libero, ecco che il Presidente del Consiglio Enrico Letta diventa (per un giorno) Enrico Lettera. Di dimissioni?
lunedì 28 ottobre 2013
mercoledì 23 ottobre 2013
"I ham", ovvero quando le polemiche offuscano un claim geniale
Certo, i media online amplificano un po' la notizia, definendola "manifesto choc" ed in effetti del cattivo gusto c'è, ma si è visto di peggio. Parlo della pubblicità che sta suscitando polemiche a Capri che ritrae un corpo femminile disteso a pancia in giù con due fette di prosciutto sul sedere. Mercificazione del corpo femminile si dirà, ed è senz'altro vero.
Lo spot allunga la scia di analoghi ed infelici precedenti: ricordo di quando a Napoli, nello scorso marzo, apparvero cartelloni raffiguranti una donna distesa sul letto, apparentemente senza vita, per pubblicizzare una marca di strofinacci per la casa .Ma mentre ormai monta la protesta, soprattutto in rete, e si rimarca il fatto che il Comune di Capri non abbia un assessorato alla Pari Opportunità, mi vorrei soffermare sul claim che accompagna lo spot: "I ham", geniale per promuovere una marca di prosciutti.
Senz'altro più efficace se al posto del sedere ci fosse stato un viso che addenta soddisfatto una fetta di prosciutto, ma non si può azzeccare sempre tutto.
sabato 19 ottobre 2013
martedì 15 ottobre 2013
Pubblicità in TV, lo spread con il quale le aziende fanno i conti
In tempi di crisi, non tutte le
aziende possono permettersi di acquistare spazi pubblicitari, specialmente sul
mezzo che raggiunge più facilmente e in maniera immediata la fascia più larga
di persone: la TV. Potremmo chiamarlo “spread” o “digital divide”, ma la
sostanza non cambia: c’è chi può e chi non può. O chi può un po’ meno.
Recentemente, il quotidiano Italia Oggi ha pubblicato listini commerciali delle principali
concessionarie del mercato della pubblicità televisiva italiana, da Rai
Pubblicità (ex Sipra) a Publitalia (Mediaset), a Sky Pubblicità sino a Cairo
Communication.
Secondo l’articolo lo spot
più costoso è il nuovo format All21 creato da Mediaset per
la prossima stagione: dal 23 settembre alle ore 21 andranno in onda in
contemporanea su Canale 5, Italia 1, Rete 4, La5, Mediaset extra, Iris e Top
Crime 30 secondi di pubblicità a reti unificate per la modica
cifra tra i 164 e i 170 mila euro. Pianificare pubblicità nello show
di Gianni Morandi, su Canale 5, comporterà, invece, un investimento di
oltre 110 mila euro a spot. E pure Ballando, su Rai 1, avrà
tariffe piuttosto importanti, con 92 mila euro per 30 secondi di
advertising. Per risparmiare invece tocca rivolgersi alle piccole tv: un
commercial di mezzo minuto su Nat Geo adventure, nella fascia
oraria 19-24, costa appena 125 euro, e su Rock tv ancora
meno: 90 euro.
Insomma, dai listini
commerciali delle concessionarie di Rai, Mediaset, La7 e Sky si
intuiscono meglio, tradotti in euro sonanti, tanti ragionamenti un po’ fumosi
su audience e qualità del target. Nel Tg1 delle
ore 20, per esempio, trenta secondi di pubblicità valgono tra i 62 mila
e gli 83 mila euro, mentre al Tg2 delle 20,30 i prezzi si
dimezzano: dai 23 ai 30 mila euro. PerRai 3, invece, i programmi più
preziosi sono Che tempo che fa e Ballarò. Che condividono il
listino tra i 62 mila e i 72 mila euro a spot. Più sotto Report (56-66
mila) e Chi l’ha visto (tra i 49 e i 58 mila euro).
Apprezzato il Tg5 delle
20, su Canale 5, con un listino da 68- 90.600 euro a spot. Ci sono
poi gli investimenti sicuri di Striscia la notizia (79.500-82.600
euro per trenta secondi di pubblicità) o di Italia’s got talent (83-
100.900 euro). Su Italia 1 Le Iene riescono a spuntare fino a 48
mila euro per spot, mentre su Rete 4 è la serie The Mentalist a
essere valutata fino a 21 mila euro a spot, davanti a Quarto Grado (20.600) e
Quinta colonna (12.800). Publitalia, peraltro, prevede uno sconto
del 10% sulle tariffe dal 1° al 7 settembre.
Cairo Communication non
ha ancora pubblicato i listini per l’autunno di La7, e per l’estate
offre ilprime time a oltre 33 mila euro, i talk post tg a oltre 50 mila
euro, fino ai 7.600 euro a spot all’interno di Omnibus mattina. Va detto,
peraltro, che su questi prezzi sono previsti fortissimi sconti: del
20% fi no al 20 luglio, del 40% fino al 3 agosto, del 60% fino al 17 agosto,
del 30% fino al 24 agosto, e del 10% fino al 31 agosto.
La concessionaria Sky
Pubblicità pubblica ancora le vecchie tariffe, scadute lo scorso 30
marzo. Ma nei listini successivi i prezzi non saranno variati molto. Nella
fascia oraria 19-24, quella più preziosa, il canale più costoso è Sky
Cinema 1: oltre 13 mila euro per uno spot da trenta secondi. Fox
Crime raggiunge quasi i 10 mila euro a spot, e SkyTg24 quasi
i 4 mila.
Esperti del settore assicurano però
che la crisi non vale solo per chi compra, e che dalle concessionarie di
pubblicità è possibile ottenere sconti che possono arrivare anche al 70-75%
della cifra iniziale.
Se comunque non si dispone di un
abile negoziatore con un buon portafoglio contatti e si ha un budget piuttosto
ristretto, è sempre possibile pianificare spot di 30 secondi ciascuno sulla prestigiosa Sky
Arte, al prezzo di soli 580 euro.
martedì 3 settembre 2013
Quando i rottami vanno dal rottamatore. Il rischio? Un partito-discarica

Quando hanno capito che anche cambiando le regole avrebbero
perso comunque, i dirigenti del Pd hanno fatto l'unica cosa possibile per non
venire travolti dal ciclone Renzi: lo hanno appoggiato.
Con un trasformismo degno di De
Petris, Franceschini, Fioroni - persino D'Alema - si sono sperticati nel
tessere le lodi del Sindaco di Firenze, uno che fino a qualche anno fa più che
il Sindaco, sembrava il Mostro, di Firenze. Tanto per capire la dimensione
della giravolta, pubblico qualche dichiarazione degli interessati, pre e post
conversione: Franceschini (Maggio 2012): "'Nel Pd ci sono troppi galli, convinti che il
sole sorga solo quando cantano loro. Matteo è un giovane effervescente con
delle qualità. Ma non ho capito, francamente, su che linea si candidi a guidare
l'Italia, se non su un dato anagrafico di giovinezza tra virgolette. Mi pare un
po' pochino.... Per governare serve una personalità che abbia la forza di
confrontarsi, al posto di Monti, con la Merkel, con Hollande, con i problemi
europei''.
A
settembre dello stesso anno continuava sulle stessa linea: "La candidatura di Renzi alle primarie è un fattore di
arricchimento, io però voto Bersani perché si tratta di scegliere non il
segretario del Pd ma il premier che prenderà il posto di Mario Monti, la figura
che che dovrà continuare a convincere le borse e il mercato internazionale''.
Ora: “quando in squadra ci
sono dei talenti, i talenti vanno utilizzati. E Matteo è un talento”.
Fioroni
(Settembre 2012): "Renzi fa bene il sindaco di Firenze e, secondo
me, se lo continua a fare meglio e se aggiusta il traffico cittadino è una
buona cosa''.
Dopo l'illuminazione: "Conosco Matteo da quando era segretario
della Margherita e presidente della provincia, lo ritenevo un giovane di grande
valore già allora, e i fatti mi hanno dato ragione".
Aspettando fiduciosi che
gli altri Pd di area Dem si accodino a cotanta prova di coerenza, ci domandiamo
se Renzi sia consapevole che coloro i quali ora lo osannano sono proprio quei “rottami”
che il Sindaco di Firenze si proponeva di voler seppellire una volta per tutte.
Evviva il riciclo.
domenica 11 agosto 2013
Relazioni pubbliche e Vaticano, il tweet logora chi lo fa
I fondamentali del mestiere di chi si occupa di relazioni pubbliche imporrebbero di conoscere bene i propri strumenti del mestiere. Non si tratta di una richiesta esosa, é un po' come pretendere che Cristiano Ronaldo sia bravo a tirare i calci d'angolo (si badi bene - i calci d'angolo - non le punizioni). Detto questo, ha del clamoroso il comportamento di Francesca Chaoqui: trentenne, "astro nascente" delle relazioni pubbliche, ai vertici per anni della società di consulenza Ernst&Young.
Per gli innegabili meriti, è stata chiamata a far parte della Commissione voluta da Papa Francesco per far luce sulle ombre delle IOR. Peccato che qualche tempo prima avesse espresso giudizi non proprio lusinghieri - attraverso il suo account Twitter - proprio sullo IOR, non lesinando giudizi negativi e sprezzanti sul Cardinal Bertone e l'ex Ministro dell'Economia Giulio Tremonti.
Risultato? Profilo rimosso ma tweet sempre disponibili sul web poiché la Rete non restituisce nulla all'oblio (questo il concetto da tenere sempre a mente), al contrario di come avviene con certi peccatucci commessi all'ombra del Cupolone.
giovedì 8 agosto 2013
Bezos-Washington Post, quando le vie del lobbying sono infinite
Guardando all’ultimo acquisto di Bezos, tycoon fondatore di
Amazon, mi è venuto spontaneo chiedermi: perché un “nativo digitale”, uno che
ha contribuito al superamento tuttora in atto della carta stampata a favore del
digitale, torna sui suoi passi e compra il glorioso Washington Post, che sulle
sue colonne ha ospitato uno dei più famosi e “romantici” scoop della storia del
giornalismo?
Bezos non ha un’esperienza diretta nel giornalismo, ha
comprato la testata per una cifra tutto sommato modesta (250 milioni di
dollari) e non è attivo in politica. Almeno per ora.
Nel recente passato ha elargito finanziamenti sia ai
democrat per il sostegno ai matrimoni gay che ai conservatori per l’abbassamento
della pressione fiscale. Uno stratega trans-oceanico dunque. Da noi un
probabile cerchiobottista.
Subito dopo l’acquisto ha scritto ai dipendenti, per
tranquillizzarli: “ I valori del Post non dovranno cambiare,
continueremo a seguire la verità dovunque porti e lavoreremo sodo per non fare
errori".
Il bello è che ora si è scatenato il prossimo toto-acquisto.
Chi sarà il prossimo? Birkin&Page “regaleranno” a Google un souvenir cartaceo,
o lo farà prima la Apple? O perché no Zuckerberg?
Quello che sembra chiaro, almeno in un primo momento, è che
le vie del lobbying non hanno fine. Anche se bistrattati, antichi, costosi, i
quotidiani restano ancora oggi il mezzo più potente (oltre alla tv) sul quale
si mandano messaggi ai politici, si “guidano” opinioni, si formano critiche.
Forse si tratta solo di un esperimento di compenetrazione analogico-digitale
fatto da un magnate annoiato che ha voluto provare il brivido di essere un editore
e che ha deciso di partire dalle basi per capire i trend futuri.
O forse no, ma solo il futuro orientamento del Post potrà
svelare (almeno una parte) della strategia.
venerdì 2 agosto 2013
L'ultima copia del New York Times? Sarà digitale
Secondo i calcoli di Philip Meyer, studioso dell'editoria
americana, l'ultima sgualcita copia su carta del "New York Times"
sarà acquistata nel 2043. La crisi di vendite che affligge i quotidiani da una
ventina d'anni lascia pensare che la previsione sia realistica, se non
addirittura ottimistica. Ma di chi è la colpa (ammesso che un colpevole ci
sia?). Editori e giornalisti tendono ad attribuirsela reciprocamente. Ma il vero
nemico dei giornali cartacei, quello che li sta inesorabilmente condannando a morte, è
la tecnologia. Il tempo a disposizione della gente è diminuito, e ognuno di noi
ha ormai la possibilità di essere informato quando vuole, dove vuole e sui temi
che preferisce senza dovere per forza ricorrere alla lettura di un giornale. I
tempi dunque sembrano essere inconciliabili, se si pensa che per leggere
interamente una copia del NYT ci vogliono 24 ore.
In questo quadro catastrofico però, c’è una buona notizia: al
New York Times crescono i profitti, proprio grazie al digitale. Gli abbonamenti
online del più prestigioso quotidiano mondiale sono cresciuti del 40% nel
secondo trimestre 2013, toccando quota 738 mila (699 mila unità per Nyt e
International Herald Tribune e 39 mila per Boston Globe). Un risultato che per
l'amministratore delegato Mark Thompson "riflette la continua evoluzione
delle iniziative digitali, l’attenzione alla gestione dei costi e il moderato
calo delle entrate pubblicitarie”.
Tanto buona l’intuizione, che si replica immediatamente
anche oltre oceano, nel Vecchio Continente.
Oggi, infatti, debutta la versione online del The Sun a pagamento. Per
gli utenti ‘Sun+’, la nuova piattaforma digitale costerà due sterline a
settimana. Una rivoluzione, in tutti i sensi. Preludio del declino inesorabile
del giornale cartaceo? Troppo presto per dirlo, anche se appare certo già da
adesso che – su carta o in digitale – l’informazione (forse quella di migliore
qualità) sopravviverà.
mercoledì 17 luglio 2013
Social network e lavoro, quando la ricerca avviene con il Tweet
Chi l'ha detto che il social network più adatto per chi cerca lavoro è Linkedin? In tempi come questi, tutti le possibilità offerte dalla rete vanno colte al volo. Lo ha capito perfettamente l'utente di Twitter CV in 10 tweet che si pone l'obiettivo - attraverso i cinguettii - di far conoscere le sue skills ai potenziali datori di lavoro. Una sembra già assodata: la conoscenza e l'uso efficace dei social network...
martedì 25 giugno 2013
Blogger rovinato, Sallusti salvato
Come il più classico degli "horror parlamentari",
nascosta tra le pieghe di una proposta di legge depositata da Scelta Civica
riguardante modifiche alla legge sulla stampa del 1948, rispunta lei. La norma “ammazza
blog”, già proposta
nel 2011 dal governo Berlusconi per tentare di arginare la pericolosa eco
delle intercettazioni (e loro inopportuna deriva).
Il nuovo decreto, in quanto all’obbligo di rettifica online,
dovrebbe prevedere che: “per i siti
informatici, ivi compresi i blog, le dichiarazioni o le rettifiche sono
pubblicate entro quarantotto ore dalla richiesta, in testa alla pagina, prima
del corpo dell’articolo, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa
metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si
riferiscono“.
La pena per chi non rispetterà l’obbligo? “Una
multa da un minimo di euro 8.000
a un massimo di euro 16.000”.
Una curiosità: nello stesso decreto si
“alleggerisce” il reato di diffamazione a mezzo stampa, cancellando il carcere.
Le nuove disposizione prevedono un’ammenda da 5 a 50 mila euro. Morale:
blogger rovinato, Sallusti salvato.
giovedì 20 giugno 2013
Afghanistan, una guerra di mistificazione di massa
Intervista a Giorgia
Pietropaoli, autrice del libro “Missione Oppio – cronache e retroscena di
una guerra persa in partenza”.
La presenza militare in
Afghanistan non è sinonimo di guerra, né tantomeno di esportazione della
democrazia. È un investimento. Ci sono eserciti, lobby, nazioni intere (Italia
compresa) che combattono da anni in quella polveriera che è il Medio Oriente
per cercare di accaparrarsi quanto di più prezioso ci sia laggiù: l’oppio.
Ecco perché non è possibile
andarsene. Almeno non adesso. Per il 2013 un recente rapporto dell'Unodc
(l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione
del crimine) e del ministero afghano Antinarcotici prevede un aumento dei campi
coltivati a papavero da oppio in 12 delle 34 province del Paese e coltivazioni
anche in “nuove” aree, comprese alcune tra quelle che in passato erano state
dichiarate 'poppy-free'. Ma dove va tutto l’oppio prodotto in Afghanistan? Continua a restare un mistero, non spiegabile
solamente con la produzione di eroina.
La produzione di oppio in Afghanistan è in aumento per il terzo anno consecutivo. I funzionari internazionali temono possa trasformarsi in un “narco-stato”. Lo consideri uno scenario possibile?
Credo che l’Afghanistan sia già un narco-stato. L’economia
di questo Paese è sostenuta principalmente, oserei dire quasi totalmente, dalla
produzione e dal commercio di oppio. Tutti i modelli di sviluppo alternativi,
pensati e messi in pratica dalle forze occidentali, sono falliti. Sembra non
esserci alcuna reale alternativa: l’oppio rende di più economicamente perciò lo
si continua a coltivare. Le quantità prodotte aumentano di anno in anno perché
a nessuno interessa veramente mettere un freno alla produzione.
A chi interessa che lo scenario attuale
in Afghanistan rimanga questo?
Ovviamente lo scenario in Afghanistan cambierà e si
evolverà. È inevitabile. Sul come si evolverà dipende da diversi fattori ma
sicuramente le potenze occidentali (Usa, Germania, Gran Bretagna, Italia, tanto
per citarne qualcuna) che hanno investito in maniera ingente, in termini
economici e militari, in questo Paese, hanno tutto l’interesse a vedere i frutti,
anche parziali, di questo investimento. E quando dico potenze occidentali,
intendo includere anche i poteri forti e le lobby, che hanno una grande
influenza sui sistemi economici e politici di queste nazioni. Per questo motivo, non appena il piano di ritiro
sarà completato, nel 2014, sarà attuato un nuovo piano,
il cosiddetto “Resolute Support”, che prevede la permanenza di truppe
occidentali con annesse e connesse basi. In sostanza, non cambierà nulla, ci
sarà soltanto una riduzione per quanto riguarda le unità militari occidentali
presenti sul territorio. Andarsene adesso vorrebbe dire ammettere apertamente la
sconfitta e capitalizzare perdite enormi. Nessuno se lo può permettere, perciò
si punta ad un investimento di lungo, lunghissimo termine.
Nel libro si parla anche del ruolo di
alcune case farmaceutiche, interessate a mantenere lo stato politico afghano
attuale.
È difficile capire quali siano le case farmaceutiche che hanno
interessi concreti e tangibili in Afghanistan. Questo perché non si riesce a
capire che fine fa tutto l’oppio prodotto in Afghanistan, perché non esiste un
controllo efficace. Stiamo parlando di tonnellate e tonnellate di oppio,
prodotte in maniera illegale ma anche legale, la cui destinazione è spesso ignota.
Le case farmaceutiche sono sicuramente coinvolte e recentemente anche un’altra
fonte, chiamiamola d’intelligence, me l’ha confermato. D’altronde, sarebbe
assurdo il contrario, con tutta quella materia prima in gioco. In questo
momento, però, è complicato stabilire in quale misura e soprattutto è
complicato avere nomi e cognomi degli attori coinvolti. Nel mio libro c’è un
intero capitolo dedicato all’argomento. Brevemente, posso dire che uno dei più grandi
colossi farmaceutici mondiali, sta investendo in Afghanistan attraverso il ramo
turco. In che maniera, non è dato saperlo.Secondo te, la cattura di Bin Laden (e relativo “export democratico”), era veramente l'obiettivo principale della permanenza militare in Afghanistan?
Assolutamente no. E questo ormai l’hanno capito anche i
bambini. Per catturare Bin Laden sarebbe bastata un’operazione d’intelligence
mirata, come quella che abbiamo visto in Pakistan quando è stato ucciso. Non
serviva un’azione militare. La verità è che il capo di Al Qaeda è stato solo il
casus belli.
La missione di pace della NATO, he aveva promesso risultati concreti in termini di lotta al narcotraffico, è miseramente fallita. Come mai?
In parte ho risposto già prima. Aggiungo che non c’è mai
stato un reale interesse, da parte della Nato, alla lotta al narcotraffico. E
ciò è dimostrato dal fatto che, con l’invasione Nato, la produzione di oppio è
ripartita e raddoppiata, triplicata, nel giro di pochissimo tempo. Nel 2012, erano
destinati alla coltivazione d’oppio ben 154.000 ettari di terreno. Nel 2001
erano soltanto 8.000. Non scordiamoci, infatti, che i talebani nei due anni
precedenti al 2001 erano riusciti ad abbattere quasi totalmente la coltivazione
dei papaveri. Qualcosa non torna: forse alla Nato, in fondo in fondo, non è
piaciuto per niente il fatto che la produzione d’oppio fosse diminuita.
Quale scenario futuro vedi più probabile
per l'Afghanistan?
L’Afghanistan, secondo me, farà la fine del Kosovo. Un
narco-stato sotto tutela internazionale, con un raffinato sistema criminale gestito
da diversi signori della droga e da bande che lottano di continuo tra di loro
per il controllo del territorio. Ci sarà una sostanziale non-integrazione tra gli
afghani e gli occidentali, anche se questi ultimi tenteranno di costruire scuole,
ospedali e di rafforzare le istituzioni, gli apparati di governo e quelli di
sicurezza. Chissà quanti anni ancora ci vorranno per assistere ad un reale
progresso di questo Paese. Sicuramente la mia generazione non assisterà a
questo evento. Magari la prossima. O quella dopo ancora.
lunedì 17 giugno 2013
Turbogas, la centrale che piaceva ai governi

L’Italia è spesso tristemente nota come la nazione delle opere incompiute, ma con le dovute eccezioni. Quelle che comprendono interessi estesi, infatti, vengono escluse. È il caso della Turbogas di Aprilia (LT), centrale termica ritenuta dannosa e inutile, ma che alla fine – nonostante una forte e costante opposizione della popolazione locale – è stata realizzata lo stesso. Ma andiamo per ordine.
Cos’è una Turbogas:
Una centrale CCGT è un tipo di centrale termoelettrica che produce energia elettrica utilizzando come materia prima il gas naturale. Una centrale a ciclo combinato con turbina a gas, detta Turbogas, coniuga i punti di forza di due processi termici: la generazione di corrente elettrica mediante una turbina a gas abbinata ad una turbina a vapore.
Le centrali termoelettriche a ciclo combinato, come la turbogas, producono particolato ultrafine (PM 2,5) che non esce dalle ciminiere (per cui i filtri possono pure essere supertecnologici) ma si crea combinandosi con le sostanze chimiche presenti in atmosfera e viaggia per decine di chilometri e non viene bloccato nelle parti alte del nostro sistema respiratorio penetrando fin giù negli alveoli.
Breve storia della Turbogas:
L’iter burocratico della centrale parte dal 9 aprile 2002, data in cui il governo in carica allora attua il decreto “sblocca centrali”, misura per “scongiurare black out” e incentivare produzione di energia da fonti rinnovabili. Un mese dopo l’ex Energia spa, divenuta poi Sorgenia, fa richiesta per l’apertura della centrale turbogas ad Aprilia. In barba alle varie valutazioni di impatto ambientale il 2 ottobre 2006 il ministero dello Sviluppo Economico, (della squadra di governo successiva) concede l’Autorizzazione a costruire.

Il 14 febbraio 2008 il Tar del Lazio accoglie il ricorso presentato dai cittadini di Aprilia, annullando quindi le autorizzazioni del Ministero dell’Ambiente ed il decreto di autorizzazione del Ministero dello Sviluppo. Ma il 19 marzo 2008 un nuovo decreto a firma Ministero dello Sviluppo Economico annulla tutto di nuovo. Rimettendo in gioco la Sorgenia, che può quindi costruire.
La Resistenza cittadina:
Il territorio non accetta di buon grado la costruzione di questo tipo di impianto, non tanto per la sindrome del “Not in my backyard” ma per una serie di ragioni documentate. Il movimento popolare contro la realizzazione della turbogas prende vita nel 2002, ma è nell’ottobre del 2006 che nasce la Rete cittadini contro la turbogas di Aprilia, che ancora oggi prosegue con mobilitazioni, iniziative popolari e una serrata vertenza legale l’opera di contrasto alla realizzazione e la messa a regime dell’impianto. Gli argomenti alla base dell’opposizione sono sostanzialmente tre.
1. La Turbogas è inutile: nel Lazio si produce il 20% in più dell’energia elettrica che si consuma oggi e con gli impianti già in funzione sarà così fino al 2020, senza la turbogas di Aprilia.
2. Il peggioramento della qualità dell’aria:una valutazione di impatto ambientale della Giunta Regionale del Lazio (1 Agosto 2003) aveva già inserito Aprilia nella lista dei territori nei quali i valori degli inquinanti sono superiori ai limiti di legge.
3. Pericolosità. In base alla Direttiva Seveso (la norma europea tesa alla prevenzione ed al controllo dei rischi di accadimento di incidenti rilevanti, connessi con determinate sostanze classificate pericolose) quella zona esistono già quattro impianti catalogati come a “rischio di incidente rilevante”: due fabbriche farmaceutiche, una di vernici e la quarta, la più vicina, di pesticidi. Anche secondo uno studio effettuato dall’Università La Sapienza non c’è alcun bisogno di un altro impianto a rischio.
Dello stesso parere il Dipartimento istituzionale della Regione Lazio, che scrive ad Aprile 2008: “Il settore termoelettrico laziale ha attualmente una potenza sufficiente a sostenere i consumi prevedibili al 2020 e non è quindi necessario aumentare la potenza attualmente installata”.
Il presente:

Intanto la Turbogas, a Gennaio, ha compiuto un anno di attività. Oggi è una realtà che impiega 70 persone. C’è chi l’ha accettata, chi ha imparato – suo malgrado – a conviverci, chi ancora la rifiuta e dichiara strenua opposizione. Come spiegano dal comitato “una valutazione di impatto sanitario non c’è mai stata, quindi neppure un registro tumori”; inoltre attualmente la Turbogas funziona al minimo del suo potenziale non avendo ancora ottenuto il rinnovo per l’AIA. Il 25 giugno ci sarà la seconda conferenza dei servizi presso il Ministero dell’Ambiente: una data – sempre secondo il comitato – non casuale, ma “strategica nella speranza di trovarsi di fronte i nuovi amministratori comunali(ad Aprilia si è recentemente insediato il nuovo sindaco – n.d.r.), ignari di questo argomento e di tutti i suoi risvolti e complicazioni”. Una cosa, per il Comitato, è certa: “Siamo alle battute finali per capire quale futuro è riservato alla popolazione destinata a subire scelte decise dalle lobby energetiche e non condivise da un territorio già gravemente compromesso da tante realtà nocive e di grande impatto ambientale”.
giovedì 13 giugno 2013
I dirigenti Italiani: tre ore di lavoro per uno stipendio medio
A farlo presente (ancora una volta) è l'Economist, ma non si può dire si tratti di uno scoop. I dirigenti italiani guadagnano bene, e lo sapevamo. Il quotidiano inglese però ha realizzato uno studio (tabella a lato) che calcola quanti giorni di lavoro occorrono ad un dipendente con un salario medio per guadagnare come il proprio capo. La notizia è che ad un dipendente occorrono circa 10 giorni per guadagnare quello che il manager mette in tasca in un'ora.Peggio di noi Romania, Spagna e Paesi dell'ex-URSS; Islanda, Svizzera e Norvegia le nazioni più "eque".
Le considerazioni le affido ad una celebre frase di Adriano Olivetti, ritratto di imprenditore illuminato ormai scomparso: "Nessun dirigente, neanche il più alto, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minino"
Per leggere l'articolo integrale dell'Economist clicca qui
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