Se l'agenda setting finisce sotto la gamba traballante della scrivania dell'informazione
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giovedì 8 gennaio 2015
mercoledì 5 novembre 2014
mercoledì 29 ottobre 2014
E se il futuro del giornalismo parlasse olandese?
“Il grande giornalismo merita una grande esperienza di lettura”.
È questa l’idea che ha dato impulso e vita a Blendle, una start up olandese si
descrive come l’iTunes del giornalismo.
La piattaforma online di Blendle,
sebbene sia stata lanciata solo sei mesi fa, ha già stipulato contratti con la
maggior parte degli editori di giornali e riviste dei Paesi Bassi e del Belgio,
oltre ad aver recentemente firmato anche un accordo con l’editore
dell’Economist.
A Blendle, come si legge sul sito,
odiano i paywall. Fanno registrare ad ogni quotidiano online che vogliamo
leggere. Fanno pagare abbonamenti mensili, anche per contenuti che non
leggeremo mai. In Blendle, l’approccio è diverso: gli utenti pagano solo
per il singolo articolo e, se non lo trovano interessante, o all’altezza delle
aspettative, vengono rimborsati. I lettori hanno inoltre la possibilità di
vedere quali articoli leggono i loro amici o personaggi noti, oppure
concentrarsi su un unico topic.
Blendle ha 130.000 utenti nei
Paesi Bassi, il 20% dei quali si sono aggiunti dopo il periodo di prova. Gli
articoli costano in media 20 centesimi e agli editori vanno il 70% delle
entrate. Il 60% degli utenti ha tra i 20 e i 30 anni.
La startup ha catturato
l’attenzione dei grandi editori di giornali negli Stati Uniti e in Europa,
molti dei quali sono alle prese con il calo delle vendite e la diminuzione dei
ricavi dalla pubblicità. Due nomi su tutti: New York Times Co. e l’editore
Tedesco Axel Springer, i quali hanno sottoscritto un accordo per investire 3,8
milioni di dollari (3 milioni di Euro) in Blendle, come riportato dal Wall
Street Journal. In questo modo i due si sono assicurati il 23% della start
up, quotata circa 13 milioni di Euro.
Alexander
Klöpping, co-fondatore ventisettenne di Blender, ha affermato che
l’investimento (di cui si da ampia visibilità sul sito) potrebbe fare da
propulsore per un’espansione in Europa. “L’approdo in Germania costituirebbe un
passo naturale, ma va anche valutata la volontà degli altri editori di stare al
passo”, ha dichiarato. “La massa critica è importate”, ha poi aggiunto.
Come raccontato dall’ex cronista
del Washington Post Robert G.Kaiser, su The
Brookings Institution, un dato in particolare riflette il declino della
stampa tradizionale: la raccolta pubblicitaria dei giornali di tutta l’ America
è scesa dai 63,5 miliardi dollari del 2000 ai circa 23 miliardi dollari del
2013, ed è ancora in calo.
Il benessere finanziario degli
organi tradizionali dipendeva dalla volontà di inserzionisti di pagare per
raggiungere il pubblico di massa che erano capaci di attrarre. Gli
inserzionisti sono stati felici di pagare perché nessun altro mezzo pubblicitario
risultava tanto efficace. Ma nell'era digitale, che ha reso relativamente
semplice il modo di indirizzare la pubblicità in modo molto specifico, un
grande giornale metropolitano o nazionale ha molto meno appeal. Aziende come
Google e Facebook sono in grado di catalogare il pubblico in base a criteri più
specifici, e, quindi, di offrire agli inserzionisti la possibilità di spendere
i loro soldi solo sugli annunci che raggiungeranno solo le persone davvero
interessate a quello che stanno vendendo. Google, il “maestro” della pubblicità
su misura, è in grado di fornire a un rivenditore di asciugamani e lenzuola un
pubblico composto esclusivamente da persone che nell'ultimo mese hanno
fatto esattamente questo tipo di acquisti. Questo spiega il motivo per cui
anche i ricavi dei giornali sono crollati, mentre le entrate pubblicitarie di
Google sono balzate verso l’alto anno dopo anno, partendo dalla chiusura di
70 milioni di dollari nel 2001 a un sorprendente 50,6 miliardi dollari
nel 2013. Questa cifra è più di due volte il totale degli introiti pubblicitari
di tutti i giornali d’America l'anno scorso.
Se questo approccio ha funzionato
per la pubblicità, hanno pensato a Blendle, dove sono “estremamente contrariati
sulla direzione presa dall’industria del giornalismo”, potrebbe funzionare
anche per le notizie. Se il loro sia un sistema di successo, in grado di
tracciare un nuovo modo di fruire l’informazione, è ancora presto per dirlo. Di
sicuro, si propone come un’innovazione di un mondo (quello del giornalismo) che
non può ancora a lungo continuare sullo stesso sentiero.
mercoledì 8 ottobre 2014
martedì 7 ottobre 2014
mercoledì 1 ottobre 2014
Siamo tutti un po' PR specialist
Un illuminante articolo del Financial Times mette in luce come negli ultimi anni siano cresciuti in maniera esponenziale i PR specialists (addetti stampa, in italiano) mentre si è assistito ad un graduale e costante calo dei giornalisti "tradizionali".
Il motivo? retribuzioni più alte per chi lavora nelle agenzie di relazioni pubbliche e l'incertezza del mondo dell'editoria. Non sono pochi i giornalisti che, valutando questi due fattori, decidono di "passare dall'altra parte della scrivania".
Il trend è così consolidato che oggi ci sarebbero 4,6 addetti stampa per ogni reporter, mentre dieci anni fa il rapporto era di 3,2 a uno.
Stessa storia per i salari: un pr specialist guadagna in media, in un anno, 54.940 dollari, contro i 35.600 di un reporter.
Con le dovute proporzioni, questo schema può essere applicato anche in Italia: i giornalisti (tranne i "privilegiati") lavorano gratis; gli addetti stampa (con qualche anno di esperienza, non "guru" della comunicazione) riescono invece a racimolare qualche euro grazie a contratti precari.
Impossibile dire fino a quando la tendenza durerà. Uno dei fattori principali da tenere in considerazione è quale evoluzione prenderà il mondo dell'editoria tradizionale. C'è chi ha profetizzato che in Italia i giornali scompariranno definitivamente nel 2027, ma questa è un'altra storia.
Il motivo? retribuzioni più alte per chi lavora nelle agenzie di relazioni pubbliche e l'incertezza del mondo dell'editoria. Non sono pochi i giornalisti che, valutando questi due fattori, decidono di "passare dall'altra parte della scrivania".Il trend è così consolidato che oggi ci sarebbero 4,6 addetti stampa per ogni reporter, mentre dieci anni fa il rapporto era di 3,2 a uno.
Stessa storia per i salari: un pr specialist guadagna in media, in un anno, 54.940 dollari, contro i 35.600 di un reporter.
Con le dovute proporzioni, questo schema può essere applicato anche in Italia: i giornalisti (tranne i "privilegiati") lavorano gratis; gli addetti stampa (con qualche anno di esperienza, non "guru" della comunicazione) riescono invece a racimolare qualche euro grazie a contratti precari.
Impossibile dire fino a quando la tendenza durerà. Uno dei fattori principali da tenere in considerazione è quale evoluzione prenderà il mondo dell'editoria tradizionale. C'è chi ha profetizzato che in Italia i giornali scompariranno definitivamente nel 2027, ma questa è un'altra storia.
giovedì 23 gennaio 2014
Lo strano caso del dottor Matteo e di Mr Cavezzali
leggo il tuo articolo sul fattoquotidiano.it dedicatoagli italiani all’estero e, nel farlo, mi viene spontaneo domandarmi: ma è
la stessa persona che ha scritto il post sui giornalistiitaliani che mollano i giornali?
Me lo chiedo perché quell’articolo mi aveva colpito.
Mi ci ero
riconosciuto, avendo condiviso molti dei sentimenti delle persone di cui
racconti le scelte, le aspirazioni, le decisioni. Denotava una certa
sensibilità, oltre ad un’abilità nel fotografare l’immagine di un Paese che non
sa valorizzare i suoi giovani migliori.
Prima di leggere il tuo pezzo sugli italiani all’estero,
avevo seguito i commenti (la maggior parte poco lusinghieri, a onor del vero)
che arrivavano al tuo post attraverso i social media. E, con mia stessa
sorpresa, mi sono trovato a condividerli (se non tutti, alcuni).
Sembra davvero, come molti lettori accusano, la “quintessenza
del pregiudizio che corre sulla Rete”, uno dei più difficili sia da smorzare
che da confutare. Il fatto poi, che tu stesso ammetti di “aver chiesto in giro”,
non ha di certo aiutato a far percepire il tuo articolo come frutto di un’indagine
approfondita ma – al contrario – fa pensare ad un commento superficiale e
(spero) volutamente provocatorio.
Perché una provocazione può anche far bene, mentre è brutto
etichettare come un disadattato che esce solo con altri italiani e non paga il
biglietto del tram chi all’estero è stato “costretto” ad andare – da un Paese
che delle sua abilità non sa che farsene, da una classe dirigente non
intenzionata a far spazio ai giovani, da un sistema che non solo tollera ma
incentiva la precarietà – Conosco tante
persone che da anni vivono e lavorano all’estero e posso assicurarti che non
sono così. Stanno dalla parte dei “buoni” insomma, proprio come i tuoi amici ai
quali ti riferisci alla fine dell’articolo.
E pazienza se quando sono Italia si lamentano. Avrà pure il
diritto, quando tornano a casa, di dire che fuori si vive meglio. Lo fanno con
lo stesso spirito di chi desidera tanto una cosa ma non riesce ad ottenerla, e
perciò dice che non gli piace.
E, infine, scusali se durante le feste si abbuffano di
lasagne e tortellini: prendono il meglio che questo Paese ha ancora da offrire.
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